lunedì 11 gennaio 2016

Belander Lugos

La bottega del becchino sta sul fondo del vicolo senza uscita che s’incontra appena girato l’angolo del campo santo, in direzione della campagna.
Il vicolo è poco più che una sconnessa mulattiera di terra secca, polverosa d’estate e fangosa  d’inverno, largo poco più di dieci passi ha sulla destra la cinta del cimitero, e sulla sinistra un filare di vecchie baracche tutte abbandonate e buttate le une sulle altre come ubriachi che ha colto il sonno. Il portone della bottega è largo quanto il vicolo, e sembra veramente che quella sia l’entrata solo per i morti; nero di sporcizia fino alle maniglie e smunto di legno vecchio più in alto. Si apre del tutto solo quando esce il carro per l’ultimo viaggio, nel mezzo ci han ricavato una porticina che ci si deve curvare come davanti all’altare per passarci attraverso.
Il Becchino a quel tempo era Belander Lugos, proveniente da una famiglia di becchini che di morto in morto era nel villaggio da più di trenta inverni. Belander viveva solo, dormiva su assi di legno sospese con delle corde a mezz’aria.
A chi gli domandava come mai avesse scelto una sistemazione tanto strana, lui rispondeva così: “Faccio un lavoro che mi avvicina a Dio, ma non posso allontanarmi nemmeno troppo dalla terra”.


venerdì 8 gennaio 2016

LAUREN #1

Il dito si avvicinò troppo alla lama e si aprì di due centimetri buoni, il sangue cominciò a colare sulle fette di pancetta disposte ordinatamente sul vassoio. Lauren spense l’affettatrice, si avvolse un tovagliolo sul dito e corse verso il lavandino situato dietro il bancone della mensa.
Lei era la prima che arrivava alla mattina, praticamente all’alba, alle cinque e mezza era lei che apriva la cucina: affettare, lavare la verdura, passare la frutta, sminuzzare, dividere il cibo in contenitori stagni erano tutti compiti di Lauren.
Adesso teneva il dito sotto il lavandino e sentiva i due lembi di pelle fluttuare sotto l’acqua fredda come se non appartenessero alla sua mano. Il sangue continuava a uscire abbondante. Alternava l’acqua fredda a succhiare con la bocca il dito, ma questa operazione bruciava troppo, l’acqua anestetizzava, tranne quando il getto riusciva a penetrare nel centro esatto della ferita, allora in quel momento era una scossa dritta alla testa, un dolore lucido e sottile come i coltelli che vedeva appesi davanti a lei.
Ripensava al momento in cui il dito non si era fermato e invece di prendere la fetta di pancetta aveva proseguito il suo movimento fino alla lama. Non era mai successo che si distraesse.
Spense l'acqua e sentì l’odore. 
La sua mente fece un collegamento semplice e veloce: era lo stesso odore che aveva sentito prima, lo stesso che le aveva fatto alzare gli occhi dall’affettatrice e perdere la concentrazione. Adesso era costante, era presente attorno a lei. “Qualcuno aveva lasciato la cella frigorifera aperta la sera prima?”
Strinse di più il tovagliolo attorno al dito, alzò il braccio e se lo tenne vicino al petto con l’altra mano mentre avanzava a piccoli passi verso il corridoio che portava alle celle.
Arrivata davanti alle tre porte delle celle frigorifere si accorse che il pavimento era bagnato, le sue scarpe bianche con la suola di gomma diventarono instabili, sotto c’era qualcosa di scivoloso e colloso al tempo stesso. Guardò meglio e vide che davanti alle porte c’era del liquido giallognolo, in alcuni punti era più denso, in altri si diradava in pozzanghere più grandi e quasi trasparenti.
Afferrò con la mano libera il maniglione della porta della cella centrale, tirò e senti l’aria infilarsi attraverso la guarnizione in gomma e l’odore diventare insopportabile di feci e urina.
Dentro la cella appeso per le caviglie c’era tutto il personale della mensa. Ognuno di loro era nudo con due cannule di plastica infilate una nella vescica e l’altra nell’intestino, il siero colato dai corpi aveva trasformato il pavimento in una palude di umori.
Lauren vomitò sulla soglia e poi svenne cadendo sul pavimento.


Il telefono nello spogliatoio della mensa stava squillando. 

lunedì 4 gennaio 2016

23.36

Alle 23:36 di un mercoledì notte cerchi di rimettere insieme i pezzi.
Ti ricordi la luce, dove c’è un cadavere c’è sempre la stessa luce. Fai sempre la stessa associazione d’idee: la stessa luce di un bagno della stazione, livida che puzza di piscio.
Sei sfinito, sfiancato, dopo tre ore a parlare con dei mentecatti che dicono di non aver visto e sentito niente. Vorresti solo dimenticare il cadavere e scopare. Hai voglia di scopare da questa mattina, chissà se la gente pensa che anche i poliziotti hanno voglia di scopare. Non te ne frega un cazzo di quello che pensa la gente. Un poliziotto, un giudice, un pittore, nella loro solitudine potrebbero essere tre demoni che sognano di ballare il tip-tap su tacchi a spillo.
Domani ti aspettano le foto.
Sapete come si fotografa la scena di un delitto? Il fotografo mentre scatta parla dentro a un microfono e registra quello che vede. Prima parte dalla foto più larga, quella che abbraccia l’intero ambiente dove è avvenuto il delitto, poi, in modo meticoloso, stringe sempre di più fino alla faccia della vittima. Dopo si concentra sui particolari: unghie, vestiti, oggetti attorno al corpo. Gli investigatori guardano le foto e ascoltano la registrazione, è il protocollo. Come guardare un film porno montato male. Alla fine ti abitui e guardi tutti in quel modo. Un’occhiata veloce e poi cerchi i loro particolari.
Hai quasi quarant'anni e ti chiedi se sei stanco.
Ti piacerebbe solo sapere se è tutto qui: cadaveri, luce, particolari, rapporti.
C’è una cosa che ti pesa nelle ultime settimane: leggere i referti sotto le foto. Vorresti non dover leggere tutte quelle espressioni formali: “sdraiata supina – braccio disarticolato- orbita sfondata- abrasione da trascinamento.” Ufficialmente le usi anche tu le frasi formali: “Signora sua figlia non ha sofferto”, come se si potesse non soffrire ad essere vittime di un omicidio.

Non vuoi pensarci, ma le foto ritornano. Hai cominciato a scattarti foto anche tu, da solo, non sono autoscatti, prendi il telefono, allunghi il braccio e rivolgi l’obbiettivo verso di te. Scatti in modo compulsivo, frenetico, a volte mentre continui a scattare ti spogli con una mano sola, ti ritrovi per terra, appoggiato al letto, in piedi. Il tuo corpo fa cadere oggetti, rovescia bicchieri e sbatte contro le porte. Smetti solo quando sembri un cadavere eccitato, le riguardi e vorresti essere ubriaco con lei. 

giovedì 31 dicembre 2015

Margaret & Dreamer #18

Non ho più visto Dreamer.
La mia esistenza continua a Montrose. 
Ho preso l’abitudine di fare lunghe camminate, e in certe giornate quando guardo la strada che ho davanti mi sembra che lui l’attraversi, come tante volte ha attraversato la mia vita. Non riesco mai ad essere abbastanza veloce per raggiungerlo. Lo so che in realtà davanti non c’è più nessuno, ma quella sensazione che mi trapassa il petto e il cervello è reale, e non fa nulla per nascondersi.
Ho imparato a non farmi più domande, non mi riesce per niente, continuo a dare il tormento a tutti durante le serate di terapia di gruppo.
Ci sono delle mattine che se potessi lo investirei con la macchina, altre che correrei da lui piangendo, se solo sapessi dove si è infilato quel bastardo.
In qualche modo penso che entrambi saremo sempre in debito con il destino, un conto che nessuno vuole chiudere. Poi percepisco il gusto della follia che provoca la speranza dell’attesa e so che non ci sono abbastanza muri nel mio cuore per proteggermi, una cosa di cui vado fiera come una medaglia di latta che ha valore solo per me.
Non ho mai più letto le sue lettere, mi rimangono certe frasi che sono carne viva, frasi che porterò per tutta la vita come perle di un rosario: chi crede, lo fa scivolare tra le dita e ne trae conforto, il mio rosario è filo spinato.
Jeremy, Orizzontale, e i pochi altri che ancora frequento non mi chiedono mai niente, ci sono state sere in cui i miei occhi hanno gridato aiuto senza che me rendessi conto, e loro hanno sempre lanciato dei razzi per farmi tornare dal buio.
Come direbbe quel pazzo arrogante che ho amato: per essere l’ultimo a rimanere in piedi non conta quanto sai darle ma quanto sai prenderle.
Mi sto allenando my sweet dick.
   

Grisom è stato trovato morto nel suo letto, dicono si sia suicidato ingoiando delle pillole e abbia lasciato un biglietto con sopra scritto: Grisom was here.  

lunedì 28 dicembre 2015

Anomalie

Se ne sta tutto solo seduto all’ultimo tavolo, quello vicino alla porta della cucina, il suo tavolo preferito perché può vedere tutta la sala.
Lui, e il suo taccuino nero.
“Cos’è che scrive tutte le sere?”, gli ha chiesto una volta Gaetano, il capo sala.
“Segno le anomalie.”, gli ha risposto lui.
Gaetano ha fatto finta di capire, poi, per non fare la figura del fesso, gli ha raddrizzato la forchetta del dolce.
Una sera è riuscito a dare una occhiatina veloce sopra la spalla del cliente, quello che è riuscito a leggere, perché apposta ci ha messo più del dovuto con il macinino del pepe sulla tagliata è stato: possibile primo appuntamento, lui schiena dritta, lei mani incrociate. Anomalia: niente vino sul tavolo. 

Adesso ogni volta che è pronta la comanda per il tavolo diciotto, Gaetano la portata la controlla tre volte prima di servirgliela lui stesso, che mica ci vuole finire sulla lista delle anomalie. 

venerdì 25 dicembre 2015

Come back (MARGARET # 17)

I tergicristalli sono spenti. La pioggia scompone l’immagine dell’entrata del commissariato in perle luminose che scivolano sul parabrezza.
Dopo aver aspettato un’ora nel bosco è tornato sulla strada e ha rubato una macchina. Ha preso la direzione verso il centro di Montrose, è passato un paio di volte davanti a casa di Margaret e poi si è parcheggiato davanti al commissariato.
Il tenente Stetson tiene aperta la porta e fa passare prima Margaret, ha insistito  per farla accompagnare a casa da un’auto della polizia ma senza successo. La scorta giù per gli scalini proteggendola con un ombrello.
Stetson insite perché Margaret tenga almeno l’ombrello.
«Grazie tenente, glielo riporterò appena possibile.»
«Può tenerlo signorina Bencroft, ne abbiamo diversi in centrale.»
Margaret  s’incammina sul marciapiede.
Stetson rimane a fissarla e a cercare di dare un senso alla gentilezza che lo investe ogni volta che incontra o pensa a Margaret Bencroft.
Quando l’unica cosa che riesce ormai a distinguere è un’ombra che gira a sinistra, risale gli scalini.   
La macchina si stacca dal lato della strada lenta come un pescecane, accende le luci dopo venti metri, e gira a sinistra.
Margaret butta l’ombrello nel primo cestino che incrocia, s’infila le mani nelle tasche del cappotto e si sente leggera sotto l’acqua che cade al rallentatore su di lei.
Dreamer guida piano, quando l’ha quasi raggiunta accelera e s’infila in un passo carraio qualche metro più avanti bloccando il marciapiede. Non sa cosa sia successo dentro il commissariato, non sa se la stanno seguendo, continua a ripetersi che dovrebbe tornare all’ospedale ma spegne il motore e guarda Margaret venirgli incontro.
Nota la macchina quando ormai è a pochi passi da lei pensando che bisogna essere proprio stronzi per fermarsi in quel modo e bloccare il passaggio.
Riconoscere il suo viso attraverso il vetro le sembra naturale, sorridergli e aprire gli occhi sui suoi è un riflesso incondizionato, si rende conto di essere completamente immobile, non sa da quanto, potrebbero essere passati anche venti minuti, non ne ha idea. Sa solo che da un certo momento in poi non ha più mosso un sola fibra del suo corpo. Adesso che lui è in piedi davanti a lei non ricorda di averlo visto scendere dalla macchina, non ricorda il rumore della portiera. C’è solo Dreamer che la sta fissando.
E il cuore esplode e tutta la forza viaggia nel suo braccio e nello schiaffo che lo colpisce sul viso.
«Grazie per prima, all’ospedale.»
«Vattene. Scappa. Vai via e non tornare.»
«Hai parlato con Grisom?»
«È l’unica domanda che ti viene in mente?»
Dreamer le prende una mano, lei se la fa prendere. Ha le mani fredde, o forse sono fredde le sue.
«Mi aspetterai?»
Margaret fa due passi indietro: le loro braccia si tendono, un filo che resiste.
«Perché hai rovinato tutto? Dovresti farti questa di domanda, oppure perché non abbiamo mai ballato insieme? Oppure perché non hai mai tenuto una mia lettera tra le pagine di un libro? Sai rispondere? I balli, le canzoni, le lettere, gli abbracci in equilibrio sul bordo dei marciapiedi. Tutte queste cose ci sono solo in quell’attimo che succedono. Se non le fai succedere, il tempo perso e rovinato è quello. Quel tempo è il tuo vero omicidio.
«Possono succedere ancora un sacco di cose, possiamo vedere ancora un sacco di posti insieme.»
Il filo si spezza: Margaret lascia la presa e il braccio le cade lungo il fianco. Vorrebbe rialzarlo e posargli una mano sul viso, avvicinargli la nuca e baciarlo, ma non fa niente di tutto questo. Pensa di fare quello che è giusto.
«Ti hanno tradito, sapevano che saresti arrivato all’ospedale. Ti stavano aspettando.»
“Eveline”. Dreamer sa che può essere stata solo lei.
Dreamer fa un passo in avanti, Margaret uno indietro. Si fermano, si guardano. Non parlano.
«Io non mi fermo Margie, non ci riesco, non posso, non voglio. Verrò a prenderti e ce ne andremo, te lo prometto.»
Risale in macchina e riparte.
Si sente stanca, come se su quel marciapiede ci abbia passato la notte. Come se la pioggia, che adesso le picchia in testa e le porta via le lacrime cominci a bagnarla solo adesso.

lunedì 21 dicembre 2015

Babbo Blake

«Non esagerare con il fondotinta Ramona.»
«Non si Preoccupi sig. Blake, solo una spolveratina per non farla sembrare troppo lucido.»
Blake si guarda allo specchio. Le luci sulla cornice gli ricordano che stasera è la vigilia di Natale e che sarà l’ultima puntata prima delle vacanze.
«Ecco fatto sig. Blake, io ho finito. Buon Natale.»
«Buon Natale, buon Natale, vai Ramona, lasciami solo.»
“Due minuti e si va in ondaˮ. Urla una voce dal corridoio.
Blake si alza dalla poltrona, comincia a fare strane facce con la bocca e con il viso, un po’ di stretching per sciogliere gli unici muscoli che usa in vita sua.
Deve fare un discorso di auguri, o qualcosa del genere, la direzione del canale ha insistito. Non vuole, non è capace di fare discorsi natalizi, non gli vengono. Non fa l’albero, non fa regali, al massimo mangia con gusto qualche antipasto ricercato in uno dei ristoranti del centro.
«Ramona!», urla da dietro la porta.
La truccatrice entra nel camerino con il pennello in una mano e una spugnetta nell’altra, pronta per tamponare o ritoccare.
Blake ha ancora i fazzoletti di carta infilati nel colletto della camicia per proteggerla dalle macchie di trucco.
«Chiudi la porta Ramona.»
Ramona esegue, non capisce cosa deve fare, il trucco le sembra in ordine, del resto lei è brava e lo sa.
Blake si leva i fazzoletti e li butta nel cestino, prende un foglio e una penna e si siede con mezzo sedere sul tavolo del trucco.
«Dimmi, cosa ti piace del Natale Ramona?»
“Un minuto!”.
«Forza Ramona, cosa ti piace del Natale?»
«Beh, è Natale.»
«Oh cazzo, ma sei ritardata? Lo so che è Natale. Voglio sapere cosa ti piace, cosa ti fa andare in giro a dire a tutti quelli che incontri “Buon Natale”? Muoviti, la prima cosa che ti viene in mente.»
«Mah… non saprei, è una specie di tregua, cioè un giorno dove tutti sono felici, no?»
Blake butta il foglio di carta nel cestino ed esce dal camerino.
A passo svelto si dirige verso lo studio dove tutto è pronto per la messa in onda.
“Una specie di tregua… perché tutti sono felici…”
«Cinque secondi sig. Blake.»
Blake, sorriso, occhi alla “sono il tuo migliore amico”.
«Tre, due, in onda.»
«Buona tregua di Natale, amici miei! Sono felice, perché tutti noi siamo felici. Non credete a chi vi dice che il Natale non gli piace. Non è vero, è Natale, no? La tregua è bella, la tregua ti permette di riflettere sulle future battaglie, ecco. Non è fantastico sapere in anticipo almeno un giorno nell’anno in cui sarete sicuramente felici? Quindi vi auguro di passare in trince… ehm in famiglia questa tregua di Natale, e di

«Interrompi! Cartello, vai con il cartello, stoppa tutto…»


BUON NATALE DA SONTUTTESTORIE