venerdì 31 luglio 2026

6

 

Prima che il Calcio diventasse la parodia di sé stesso, per rincorrere una famigerata forma di spettacolo decadente, i numeri sulle maglie erano impronte indelebili sulla schiena di ogni calciatore; dall’uno all’undici, questo “marchio” rudimentale e minimalista, indicava chi eri, dove dovevi stare e cosa dovevi fare. Niente interpretazioni cabalistiche, niente rimandi a simbolismi numerici frutto spesso di tortuose teorie scaramantiche. Il numero non lo sceglievi, ti era dato. Un dono e una responsabilità, non si scherza con un 10 sulla schiena, non si può essere teneri con il 4 sulla schiena, non ci si tira mai indietro con il 6.

Il numero portava in dote anche il nome del ruolo: preciso, definito e per i campioni definitivo per l’eternità.

Nessun “falso nueve”, nessun “braccetto”, nessun “quinto di centrocampo”.

Solo epica, poesia semantica: centravanti, mediano, terzino, Libero.

Ultimo uomo, dove in ultimo si ponevano le speranze di salvezza, linea del Piave, estremo gesto che disarciona la disfatta e riparte con quell’incedere a sgraziata grinta che significa che non è ancora finita.

Attraversando lo spazio e il tempo senza sosta come immortale condottiero dai prati di Milanello all’esilio della B, al mondo intero: Milano, Madrid, Barcellona, Atene, Pasadena, dove il campione incontra l’uomo e il destino vola alto sopra una traversa, che importa, le partite vanno giocate e tu l’hai sempre fatto.

Con la postura del Capitano, quella che non si può insegnare: la testa alta, il petto rivolto in faccia all’avversario, il pallone in verticale, salire!

 

Il Capitano non tiene mai paura

Dritto sul cassero, fuma la pipa

In questa alba fresca e scura

Che rassomiglia un po’ alla vita

(F. De Gregori)