Prima che il Calcio diventasse
la parodia di sé stesso, per rincorrere una famigerata forma di spettacolo
decadente, i numeri sulle maglie erano impronte indelebili sulla schiena di
ogni calciatore; dall’uno all’undici, questo “marchio” rudimentale e minimalista,
indicava chi eri, dove dovevi stare e cosa dovevi fare. Niente interpretazioni
cabalistiche, niente rimandi a simbolismi numerici frutto spesso di tortuose
teorie scaramantiche. Il numero non lo sceglievi, ti era dato. Un dono e una
responsabilità, non si scherza con un 10 sulla schiena, non si può essere
teneri con il 4 sulla schiena, non ci si tira mai indietro con il 6.
Il numero portava in dote anche
il nome del ruolo: preciso, definito e per i campioni definitivo per
l’eternità.
Nessun “falso nueve”, nessun
“braccetto”, nessun “quinto di centrocampo”.
Solo epica, poesia semantica: centravanti,
mediano, terzino, Libero.
Ultimo uomo, dove in ultimo si
ponevano le speranze di salvezza, linea del Piave, estremo gesto che disarciona
la disfatta e riparte con quell’incedere a sgraziata grinta che significa che
non è ancora finita.
Attraversando lo spazio e il
tempo senza sosta come immortale condottiero dai prati di Milanello all’esilio della
B, al mondo intero: Milano, Madrid, Barcellona, Atene, Pasadena, dove il
campione incontra l’uomo e il destino vola alto sopra una traversa, che
importa, le partite vanno giocate e tu l’hai sempre fatto.
Con la postura del Capitano,
quella che non si può insegnare: la testa alta, il petto rivolto in faccia
all’avversario, il pallone in verticale, salire!
Il
Capitano non tiene mai paura
Dritto
sul cassero, fuma la pipa
In
questa alba fresca e scura
Che
rassomiglia un po’ alla vita
(F. De
Gregori)