All’epoca
di Londra la sentivo spesso piangere, capitava quando rientravo tardi la sera,
sentivo il pianto attraverso la porta; un pianto ben fatto, con singhiozzi e
tutto, un lacrimare in piena a cui non fregava nulla di nascondersi, forse lei
pensava che di notte nessuno l’avrebbe sentita, ma il fatto è che le porte di
quegli appartamenti di merda, sotto il livello della strada in Trinity st. a
Borough, facevano passare tutto: sogni e singhiozzi, senza distinzione.
Io mi
fermavo un attimo nell’atrio, con la chiave già infilata nella serratura della
porta del mio appartamento, mi facevo due o tre bei respiri del suo pianto e
poi, cercando di fare più rumore possibile, entravo in casa mia; due stanze e
un bagno di piastrelle bianche in rilievo che avevano l’allure di un mattatoio
caduto in rovina.
Di lei
conoscevo il nome: Andrea, e il colore dei capelli, perché non riuscivo mai ad
incrociarla per davvero, i nostri incontri sono stati per molto tempo fuori
sincrono, un tempismo zoppo da vicini di casa distratti. Ogni volta che mi
capitava di vederla era sempre di spalle; lei che entrava in casa sua un
secondo prima che io scendessi l’ultimo gradino per il basement; lei che era
già in strada quando io stavo chiudendo la porta di casa; lei che passa di
spalle davanti all’unica finestra del mio appartamento che affaccia sul
seminterrato.
Rosso,
mosso, quasi riccio, voluminoso: era questo il suo colore poggiato su spalle
magre, alte, a seguire un bel sedere su gambe diritte. Certo era più la
curiosità del pianto che il culo ad incuriosirmi, all’epoca mi stavo consumando
lentamente dentro un lavoro di routine in un ufficio al settimo piano di un
anonimo condominio: inserivo dati come un burattino senza gambe per cinque ore
al giorno, capirete perciò che avevo un sacco di tempo per pensare al motivo
per cui la mia vicina spesso si trovasse a piangere nel cuore della notte.