Mi scarroccia dentro a un vicolo
in salita, i solchi tra i basoli sbeccano i tacchi e uccidono gli equilibri già
precari a causa del nostro infoiamento sudaticcio d'agosto, le ficco la lingua
sotto l'ascella fradicia come carta igienica che è passata sulla fica; che
afrore di carne usata, mi assilla con la lingua l'orecchio mi dice: veloce che
ci vedono. Aspetta che voglio gustarmi la scopata fuori ordinanza sotto le
stelle come novelli pastorelli, tu sei la pecora e io il porco; accoppiata
blasfema come una vergine che piscia a gambe aperte su un altare sconsacrato.
Scostumata hai messo le mutandine sotto i collant, hai paura di sentire freddo
al buco del culo? Tiro l'elastico a metà delle chiappe che frego alla ricerca
della carne rosa e stretta, il dito lo metto sotto il naso; l'odore del buco
del culo è la promessa di una vita dannata. Abbasso le mie calze da passeggiatrice
che tengo il manico già umido e scoperto, tocca piano e scivola bene sul glande:
brucia, ma questa è la vita del depravato; bruciore, sudore e palle gonfie. Fan
male le ginocchia sul pietrone sbeccato, qui ci corrono i gatti con la rogna e
noi ci lecchiamo gli squarci già arrossati di godimenti, fa male il sesso arraffato,
arrossa e gratta.