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lunedì 17 agosto 2020

Dalle 18 alle 6

Discoteca
Sala da ballo
Ritrovo danzante
Voglio vederti ballare...
Spiagge
Grigliate
I giovvvvvani
Mamma mia i giovvvvvani
Ancora loro, i giovvvvani
Contagio da ritorno
Grecia, Malta e Spagna, purché se magna 
Vedrete a settembre
Non apriamo le scuole
Le apriamo un pochino
Le teniamo chiuse ancora un po'
Dalle 18 alle 6, citofonare Jessika 
Vaccino russo
Ordinanza
Richiudiamo
Richiudiamo a zone
Richiudiamo a macchie
Chiusure dinamiche
Se continua così...
Se i numeri sono questi...
Se la tendenza dovesse continuare
L'età media si è abbassata, l'insostenibile leggerezza della statistica
Aumentano i contagi, diminuiscono i contagi 
Chiudiamo le discoteche
Obbligo di mascherine all'aperto dove c'è gente, la geeente
Irresponsabili
Coviddi
Coprifuoco (sai, le grigliate, i giovvvani, le discoteche)
 
 

venerdì 29 maggio 2020

Ve lo buco quel pallone!

Vi avevo detto di non uscire tutti insieme che davate nell'occhio, ma niente, voi duri...
Ora dice che richiude tutto, lo dice in video, alla mattina, che uno non sa bene se uscire di casa o no. Che poi magari è tutto proibito e chiuso che gli tocca stare dalla mamma o dalla fidanzata, che da loro ci è passato così... giusto per salutare dopo tre mesi.
Eh, ma quello in video su facebook dice che chiude.
"Vi chiudo!", e te lo dice con quella faccia un po' padre di famiglia deluso che torna dal lavoro e scopre che la famiglia ha già cenato senza di lui. Un po' con un pizzico di autorità da riporto, stile: "io, so' io, e voi nun siete un cazzo", solo che mica c'è Alberto il Marchese del Grillo in video... magari, che lui sì al papa, al vescovo, al podestà e al sindaco gliene avrebbe dette quattro; sai che c'è? Io nun te pago!
E allora metti la mascherina, togli la mascherina, dimentica la mascherina che ti tocca tornare indietro che sei già nell'ascensore, che se non hai l'ascensore devi rifarti le scale.
Non abbracci, non dai la mano, non baci, non stringi, non dai pacche sulle spalle. Ti trovi come un babbeo uno di fronte all'altro, che poi coi gomiti non siamo mica bravi; uno è più basso, l'altro e più alto. Che fai, gli tiri una gomitata sullo zigomo? Poi ho capito, tutto sta nell'usare le ginocchia; ti devi fare molle sulle ginocchia e i gomiti si toccano. Ma pure la spalla deve stare rilassata, altrimenti va a finire che sembri un ballerino dell'armata russa coi reumatismi.
Io con gli occhiali da sole e la mascherina mi sento parecchio interessante, fingo di essere un vampiro: "Il dott. Faust", che gira di notte per gli ospedali a comprare sangue al mercato nero; ma lui è un vampiro vero, è immune. Ha millenni di anticorpi nelle vene.
Ma è vita questa?
Amici che ti scrivono: aspettiamo ancora un pochettino prima di vederci. Oppure non hai più amici perchè hanno saputo che non igienizzi la confezione di prosciutto cotto che compri al supermercato.
Se non senti parlare di qualcuno per un po' di tempo è perché "mi sa che se l'è preso", porello, lo dicevo io a febbraio con quella tosse che non gli passava.
Stanno chiusi dentro la casa, dentro la macchina, dentro i guanti, dentro la mascherina, dietro il numero dei morti che son morti per davvero.
Si muore pure se non mi spaventi, se non fai i saltafossi in video per farmi sentire in colpa perché ho ceduto al richiamo di Bacco una sera di maggio, in braghette corte, in piedi al bar all'angolo.
Lasciatemi nel mio angolino con il bicchiere, che non fate poesia con gli occhi brutti e le minacce di bucarmi il pallone. Io a pallone ci gioco pure se è sgonfio.



mercoledì 1 aprile 2020

Le parole resistono

Isolamento
Distanza
Chiusura
Circoscrivere
Delimitare
Circondare
Stretta
Blocco
Proibire
Ordinanza 
Decreto
Circolare
Obbligo
Obbligatorio
Impedire
Contrastare
Motivi 
Grave
Inderogabile
Controllo
Monitorare
Seguire
Segnalare
Delazione
Coprire
Pulire
Disinfettare
Mascherare
Contingentare
Rischio
Virus
Incubazione
Quarantena
Picco
Curva
Proiezioni
Contagio
Pandemia
Terapia
Decessi
Mortalità 
Vaccinare
Antivirali
Solitudine
Lockdown

lunedì 9 marzo 2020

CRONACHE AL TEMPO DEL VAIRUS

In realtà il titolo che avevo pensato per questo ennesimo, e inutile post, di questo inutile e autocelebrativo blog, era: "L'amore ai tempi del colera", ma non mi andava una denuncia per plagio, ergo, ho pescato nella mia feconda e mai doma fantasia, fine del preambolo, inutile.

Da quando siamo sotto DPCM (che oramai sapete tutti cosa significa questo acronimo, se non lo sapete è giusto che vi beccate il vairus) passo più tempo a casa, in realtà passo più tempo a casa da quando i bar chiudono alle 18, ma questa nefasta condizione va comunque riferita al DPCM. 
La chiusura dei bar alle 18 ha prodotto un'ondata di consapevolezza in tutti noi, molti hanno capito di aver bisogno di un'analista, che non è la persona che vi consiglia sugli investimenti da fare in borsa, ma quella che vi consiglia su quale borsa vi provoca disagio e perchè. Costretti a passare più tempo soli e con se stessi, probabilmente gli unici che sopravviveranno saranno i single, perchè più allenati a inventarsi la qualunque per non sentirsi soli. Sarà una solitudine nuova per molti, la peggiore, la più spaventosa, la più introspettiva, la più devastante, quella che vi metterà davanti al fatto di essere soli, appunto.
Purtroppo stiamo vivendo un tragico momento storico di Netflix, le serie in programmazione fanno mediamente cagare e quelle belle sono vecchie, le abbiamo già viste. Coraggio compagni, non facciamoci prendere dal panico e controlliamo tutti se abbiamo sufficiente maionese nel frigorifero.
Ci rimane sempre wazapp che per finire di vedere tutti i video e i meme che girano sul vairus ci ritroveremo nel 2035 in un secondo. 
Ieri sera dopo aver letto con attenzione il DPCM e aver scritto una tesi di Laurea dal titolo: 
"IL VAIRUS E LE COMPROVATE ESIGENZE LAVORATIVE"
strategie e implicazioni sull'uso e significato del vocabolo COMPROVATE nella società italiana dal secondo dopoguerra ai giorni nostri.
ho messaggiato un pochino con un mio amico milanese che in tempi non sospetti si è trasferito in zona blu, cioè al mare. Ci siamo salutati con  un beneaugurante: torneremo a guardare i perizomi al mare, seguito da un VIVA L'ITALIA , VIVA.
Il morale è alto nonostante stia venendo alla luce un pernicioso e stucchevole quesito filosofico e morale su chi intubare e chi no, la storia si ricorderà di voi.
Alla prossima compagni.

lunedì 11 novembre 2019

Giornate non consone


Non saprebbe ricordare il giorno buio, quello brutto o quello disperato; messe tutte insieme non avevano l’aria di giornate da dimenticare.
Anzi, a volte, aveva l’impressione di non aver vissuto, che fossero i giorni di qualcun altro a farsi ricordi.
In fondo essere ancora qui, alzarsi la mattina e trovarsi una giornata davanti era la prova che si contava poco davanti al tempo. Veniva colta da inusitato (parola di cui ignorava il significato e che usava per via della fonetica importante e desueta, barocca, finto colta, musicalmente inaspettata e tutte quelle cose inutili che si fanno nella vita solo perché ci piacciono), dicevo… inusitato stupore solo per il fatto di avere, di nuovo, un giorno vergine a disposizione.  Si vergognava terribilmente di questa sensazione che per lei era una consapevolezza da Bambi buddista, ma tant’è che il sole sorge ogni mattino, che doveva fare? Si chiedeva con l’amarezza e la paura di assomigliare a quelli che leggono Coelho o Il piccolo Principe dopo i sedici anni.
Le portava un po’ di conforto la pioggia il sabato, lo sciopero dei mezzi il venerdì e lo scoprire che qualche festa comandata sarebbe caduta di domenica, piccole cose che l’aiutavano nella ferrea convinzione che le giornate di merda, qualunque sia il tuo comportamento, arrivano uguale.

martedì 4 giugno 2019

Milan


Il primo ricordo che ho di un giocatore del Milan è quello di Maldera, non chiedetemi perché, mi ricordo quei baffi sulla fascia.
Stiamo parlando dei primi anni ’80, con Radice in panchina e con qualche nome in rosa che diventerà negli anni successivi parte di quell’aratro che traccerà uno dei solchi calcistici più longevi e spettacolari della storia.
Si andava allo stadio con il cuscinetto sotto il braccio, San Siro era senza terzo anello e le uniche poltroncine erano rosse.
L’atmosfera era quella di una nobile decadenza, travolta da scandali e retrocessioni; un vecchio salone con parecchia polvere e una stella sul caminetto: quella dello scudetto del ’79. Il resto del palazzo era deserto, con teli bianchi a coprire i mobili e qualche pezzo di argenteria.
Ci si diceva di essere una grande squadra, più per farsi coraggio tra tifosi che per oggettivi traguardi sportivi. Io ascoltavo i ricordi di mio padre e dei suoi amici, ma la realtà era fatta da sbeffeggi quotidiani a scuola e in campo, nemmeno il mercanteggiare delle figurine dava soddisfazione; quelli forti, quelli bravi, quelli che vincevano avevano sempre altri colori sulle maglie.
Il senso di appartenenza era comunque più duro di qualsiasi sirena che cantava fuori dalle mura, si sperava che ogni anno fosse quello buono, quello del ritorno a vincere lo scudetto. La visione era limitata al titolo nazionale, per un bambino la Coppa Campioni in quegli anni e con quella squadra era assolutamente esclusa dalla lista dei desideri, anzi, non era nemmeno contemplata, era altro: una chimera, un altro paese dal nome esotico e lontanissimo.

Nella Milano da bere degli anni ’80 pareva che l’unica cosa fuori sincrono, all’interno di una città che galoppava verso un frenetico benessere sociale, fosse la squadra del Milan.
Nulla di quello che sentivo dire sul grande Milan si mostrava ai miei occhi, si galleggiava in campionati mediocri (per noi), ci si rassegnava a guardare vincere gli altri.
Il rito della domenica alle 15.00 però non veniva mai tradito, con amore (cos’altro?) si andava a sedersi al proprio posto, credendo che giovani Incocciati potessero innescare quel salto di qualità che animava le nostre speranze.

Non accadde, tutto precipitò. Se prima eravamo una squadra dal passato glorioso, seppur popolare e macchiata da due retrocessioni, come puntualmente ci veniva rinfacciato dalla parte borghese e cittadina di nerazzurra provenienza, adesso eravamo una società senza futuro sul baratro del fallimento.
Il “destino” aveva disteso il cupo velo sull’unica squadra italiana a vantare due Coppe dei Campioni.
Stavamo per diventare una squadra museo, cosa più tragica saremmo diventati la “ex squadra di Milano”.
Si stava per verificare quello che nell’immaginario collettivo non era mai stato, nemmeno lontanamente, concepito: il Milan non sarebbe più esistito.
Accadde tutto molto in fretta, quando si hanno undici anni non ci si interessa molto di bilanci, trame finanziarie e sequestri giudiziari. Mi dissero che il Milan era di Berlusconi. Notizia che mi lasciò indifferente, avevo solo capito che era successo qualcosa di grave e di inatteso al tempo stesso.
Nessuno mi disse che da quel giorno del 1986 la mia vita di tifoso rossonero sarebbe cambiata per sempre, e insieme alla mia quella di una intera generazione.

Questo anziano signore (Berlusconi), all’epoca per me era un adulto e quindi per osmosi anagrafica un anziano, dicevo, questo signore disse in televisione, quindi, sempre per l’epoca, qualcosa di estremamente serio e ufficiale; che il Milan sarebbe dovuta diventare una squadra vincente in Italia e nel mondo, con l’aggravante non solo di vincere ma anche di giocare bene.
Le prese per il culo fioccarono, chi osava deragliare dai due paradigmi sacri del calcio italiano? Dove Trapattoni era L’Allenatore e Platini il Giocatore.
Come pensava di fare questo yuppie a concretizzare una tale superbia?
Parliamoci chiaro, nessuno gli avrebbe dato due lire, men che meno un ragazzino. Per me il massimo era stato raggiunto con Hateley che vola sopra il giuda Collovati e la mette nel derby, 2-1 Liedholm in panchina.  
Proprio dal mister comincia la terapia d’urto che tutto avrebbe sconvolto. Un signore della panchina come Liedholm viene esonerato prima della fine del campionato.

Ma riavvolgendo il nastro dei ricordi, prima ancora dell’esonero, il segnale che comunque qualcosa stava accadendo e non sarebbe stato banale ci fu.
Nell’estate del 1986 la nuova proprietà organizzò “la presentazione della squadra all’Arena di Milano”, non lo capimmo subito, ma stavamo per compiere un salto nell’iperspazio per il calcio italiano dell’epoca. Elicotteri sulle note della “Cavalcata delle Valchirie” di Wagner atterrarono al centro dell’Arena e scaricarono i giocatori in rigorose giacche blu con stemma del Milan dorato sul taschino. Oggi ho riguardato quelle immagini e posso capire le espressioni dei giocatori, erano le stesse che avevamo noi; ma che sta succedendo? non sarà troppo?  L’unico in quelle immagini che è chiaramente dove vuole essere è Silvio Berlusconi, sorride sicuro e si guarda attorno con grande soddisfazione, come se fosse l’unico a vedere una rotta ben tracciata. Il saggio Liedholm invece sembra un turista che ha sbagliato albergo e si rende conto di non potersi permettere nemmeno una notte nel posto in cui è capitato, in fondo non gli piace nemmeno tutto quel lusso.

L’estate del 1987 segna un altro colpo di scena, si legge un nome sui giornali sportivi: Arrigo Sacchi.
Arrigo chi? Si sarebbe ironizzato oggi. Nello stupore e nello sconforto apprendiamo che un ometto basso e calvo è il nuovo allenatore del Milan. Non ricordo grida di giubilo e tappi di champagne saltare, i più informati sapevano che era l’ex allenatore del Parma, agli altri sembrava un ragioniere di provincia.
Inizia a girare la leggenda che Berlusconi l’abbia ingaggiato perché il Parma ci aveva battuto in un turno di Coppa Italia, la leggenda si sarebbe poi rivelata fondata.

Se gli altri, dopo la presentazione con gli elicotteri ci guardavano strano, adesso con uno sconosciuto come allenatore ci guardavano e dandosi di gomito ridevano.
Immagino che il primo allenamento di Sacchi a Milanello, quando la squadra è schierata a centrocampo in circolo e il mister comincia a spiegare la sua filosofia di gioco, sia stata simile a quando Galileo sostenne la teoria copernicana davanti alla Santa Inquisizione.
Pur infarinati superficialmente dalla “zona” di Liedholm, non eravamo (e non erano) pronti a una vera e propria rivoluzione.
Perdemmo qualche partita, uscimmo dalla coppa Uefa, tutto questo bel gioco e Milan vincente non lo vedevamo, e poi si sa che a uno sconosciuto non è concesso credito. Ci domandavamo come fosse stato possibile affidare il Milan a questo esagitato che passava il tempo delle partite in piedi urlando e sbracciando come un vigile urbano. Il cervello andava fuori giri, i numeri sulle maglie da che mondo e mondo avevano sempre avuto un senso, perché ad un tratto era sparito il nostro libero? Come mai spesso un giocatore avversario si trovava da solo davanti al nostro portiere e la nostra difesa era a centrocampo?
Il terzino fa il terzino, deve difendere, non è un’ala. Sì, va bene, qualche volta può scendere e crossare ma mica sempre, che poi ti scopri. Timidamente dentro e fuori Milanello si alzavano brontolii e mugugni, allo stadio non c’era un bel clima; nel girone di andata eravamo già nella fase “non mangia il panettone”.
Incompreso e non amato, Sacchi sembrava destinato a diventare “l’errore di un presidente inesperto e arrogante”, per tutti era così, tranne per chi l’aveva scelto: Berlusconi.
La frase detta alla squadra: “lui rimane, voi non so” è scolpita nella pietra di Milanello.

Tutto era molto semplice, ci trovavamo davanti a un genio, e come disse Shopenhauer: “Il talento colpisce un bersaglio che nessun altro riesce a colpire, il genio colpisce un bersaglio che nessun altro riesce a vedere”.