Badate bene signori: voi avete ragione a
chiedere quale sia il motivo del perché io non abbia mai messo in atto un
proposito di vendetta verso mio fratello. Vedete, mio fratello non è sciocco e
io non sono stupido, partire per una guerra non è passo che si compie a cuor
leggero, i motivi che ci convincono ad andare a combattere possono essere
molti; e tra questi vi può essere l’intuizione che il "teatro" della
battaglia sia il giusto paravento dove nascondersi per inscenare quella
condotta che di nobile ha poco e di torbido ha molto.
Potrebbe capitare, e dico potrebbe, che
durante l’azione concitata dello scontro, quando la polvere si fa spessa
coltre, il sudore annebbia la vista e le urla dei feriti fanno perdere la
ragione verso chi è l’amico e chi il nemico; che un braccio si giri di scatto e
che la punta della spada finisca nelle viscere del proprio compagno: un “incidente”
che sul momento non ci si accorge nemmeno di aver commesso. Il caso ha voluto
che per difendersi si uccida chi più ci è vicino: nostro fratello. A chi si
chiederà conto dell’omicidio, se nella bolgia, tutti, come tanti senatori
romani, avrebbero potuto impugnare la lama?
Ora, quello che sopra vi ho descritto
potrebbe essere il racconto di un pazzo, di un uomo che pianifica un
fratricidio. Questo il più candido tra di voi l’avrà già deciso, a modo di
inappellabile condanna. Ma voi sapete chi è mio fratello? Mio fratello è quello
che di spalle i più gentili tra voi appellano con il titolo di “bastardo”. Sono
giudizi, questi, che segnano fin da bambini, che si insinuano nelle orecchie acerbe
e innocenti di chi ancora non conoscendola, quella parola la sente per sbaglio,
di striscio; sussurrata al proprio passaggio, scritta negli sguardi silenziosi
di pesante giudizio e piano piano, la parola, cresce insieme al fanciullo e ne
prende possesso fino al paradosso che colui che ne è bersaglio la indossa come
scudo e la lucida la sera, nel silenzio e nella solitudine della veglia quando
i pensieri si fanno mostruosi e bisogna dar loro quel che chiedono per ricevere
un poco di sonno ristoratore. Così è cresciuto colui che ha in comune con me un
padre. Con me quella parola non ha mai avuto fortuna, mai ho usato il
dispregiativo volgare di rivolgermi a lui come ‘astro. Purtroppo, il destino
non ascolta le nostre ragioni, va per la sua di storia. Fu così che il ragazzo
decise di far pagare a chi più gli era vicino la codardia e il vile dileggio di
altri.
Trovai la sua stanza vuota, il suo cavallo
non era più nella scuderia e la sua spada era sparita dalla rastrelliera della
sala d’armi. Passarono anni e non ne ebbi alcuna notizia, solo deboli
pettegolezzi riportati da qualche avventuriero che giurava di aver visto il
“bastardo” combattere al soldo di lontani signori, o di averlo incrociato nella
penombra di remoti bordelli in terre straniere.
Non lo dimenticai, non l’incolpavo per la
sua fuga, pensavo che l’allontanarsi fosse un bisogno di respirare un anonimato
rigenerante per il suo spirito e mi sorprendevo a pensare ad un suo felice
ritorno nella nostra casa. C’erano dei nipoti, ora, che avrebbe potuto
conoscere e con cui condividere i racconti delle sue avventure, immaginai anche
una sua famiglia che avesse finalmente per lui il potere di farlo sentire accolto
e desiderato come evidentemente a me non era riuscito.
L’immaginazione è la speranza degli
ingenui. Tornò, senza avvisare, senza che io me ne accorgessi, senza che
nessuno lo sapesse, tornò ormai consumato dal rancore e da una rabbia furiosa
che aveva nutrito e accudito per anni.
Era diventato Capitano di un manipolo di
mercenari, sbandati d’armi e di morale.
Correva il tempo delle guerre in nome del
Signore dove si contavano solo le spade e non ci si faceva scrupolo di
giudicare gli uomini che le brandivano. Godeva perciò di tollerata protezione
per la condotta dei suoi uomini che mal si comportavano con gli abitanti della nostra
campagna.
Tutto questo non sarebbe stato degno di
racconto se non servisse a farvi capire che partì un giovane timido che non
riusciva a sopportare il peso del disprezzo e tornò un soldato che misurava in
danaro la vita altrui. Non era arricchirsi lo scopo del suo ritorno, no, per
quello aveva già trovato la sua strada, lui cercava la rivincita sul proprio
nome, che sfortunatamente era lo stesso mio.
Io ero il bersaglio del suo gioco e io avrei
dovuto pagare lo scotto di essere considerato il “legittimo”; e persone come
lui questo gioco lo giocano fino alla morte, fino alla distruzione di ciò che
vedono come nemico per poter ergersi soli e unici nella loro follia.
La storia ci mise nello stesso esercito,
io perché legato dal senso del dovere lui perché mestierante della violenza. Lo
rincontrai il primo giorno della campagna militare, quando ancora si era
lontani dalla battaglia e si procedeva a tappe montando il campo la sera e
ripartendo la mattina con il sole all’orizzonte. Non una parola fu spesa da lui
per spiegare la sua precipitosa partenza, nessun cenno alla nostra comune infanzia.
Mi sentivo straniero male accolto vicino a lui, percepivo il suo umore putrefatto
senza bisogno d’incrociare i nostri sguardi. Decisi di non dare spago a questa schermaglia
di sensi. Mi illudevo che il fronte comune avrebbe salvaguardato il mio cammino
e speravo soltanto di ritornare alle mie terre da uomo salvo e vivo. I miei
tentativi di dimostragli che suo fratello non aveva mai contribuito a farlo
sentire un ragazzo rifiutato furono vani e oggetto di sarcasmo da parte sua.
La battaglia. Si è soli sul campo, non lo
sapete voi a cui il destino ha risparmiato questa passeggiata organizzata da
pazzi, altra parola non mi viene per descrivere chi fomenta la guerra tra le
genti. Non ci sono nemici e amici, solo istinti. Bestiali e ferali istinti di
sopravvivenza si sovrappongono continuamente in una foga per cercare solo di
tenere a galla il respiro della propria vita.
Successe lì, su quel campo, ma succede in
tutte le contese in cui uomini vengono lanciati contro altri uomini, anche
fratelli, anche figli contro padri, successe che lui mi trapassò.
Lo fece di proposito? Non lo so, l’ho pensato spesso, da immobilizzati su un giaciglio mentre si attende la morte i pensieri sono lancinanti come i dolori. Nessuno lo sa, vi ho spiegato prima che Cesare non conosceva i suoi assassini pur sapendo il nome di tutti loro. Ora, che avete compreso che l’odio è un vaso comunicante che anche inconsapevolmente possiamo contribuire a colmare, avrete capito anche che non posso apportare nessuna vendetta alla mia storia. Il “bastardo” non venne condannato, perché io non l’accusai mai, come avrei potuto accusare uno stesso me?
La pietà è l’ultima parola che ci resta.
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